vitamina D herakles

La carenza cronica di vitamina D anche negli sportivi


La vitamina D è in realtà un gruppo di vitamine liposolubili che per le sue innumerevoli funzioni regolatorie può essere definita un pro-ormone. Nota per favorire l’assorbimento di calcio e fosforo, ne è stato anche discusso il ruolo nella salute cardiovascolare, nella prevenzione dei tumori, nelle funzioni neurologiche e nel metabolismo del glucosio. Particolarmente studiato in ambito sportivo è il suo contributo per la performance atletica, in particolare per il recupero dopo stress muscolare e la salute delle ossa.

Esistono due forme di vitamina D che, pur differendo minimamente per la loro struttura chimica, hanno un metabolismo è molto simile:

–    vitamina D3 o colecalciferolo: contenuta in piccola quantità in prodotti di origine animale ma per la maggior parte prodotta nella cute umana dopo irradazione ultravioletta a partire dal colesterolo;

–    vitamina D2 o ergocalciferolo: prodotta solo nei vegetali dall’irradazione UVB a partire dall’ergosterolo.
Nell’organismo la vitamina D è biologicamente inattiva. Per essere attivata sono necessari due processi chimici di idrossilazione che avvengono il primo nel fegato, senza regolazione (generando la 25-OH-D o calcifediolo), ed il secondo nel rene, strettamente regolato (generando la forma attiva di vitamina D chiamata 1,25-OH-D o calcitriolo).

La produzione endogena di vitamina D è solitamente sufficiente a soddisfare le necessità dell’organismo. Infatti l’apporto, in condizioni di adeguata esposizione ai raggi solari, è dovuto per la maggior parte (80-90%) alla sintesi cutanea di colecalciferolo, mentre la quantità di vitamina D (sia colecalciferolo sia ergocalciferolo) contenuta negli alimenti è pari al 10-20% ed è del tutto insufficiente, da sola, a coprirne il fabbisogno.

Si stima che circa l’88% della popolazione mondiale sia carente di vitamina D, probabilmente a causa del cambiamento di stili di vita ed alimentazione. Soprattutto nella popolazione occidentale, è molto comune la condizione di sottoesposizione alla luce solare, poiché le abitudini ed il lavoro sedentario costringono a passare sempre meno tempo all’aria aperta.

Nonostante questi dati l’esame ematico dei livelli di vitamina D nel sangue continua ad essere sistematicamente trascurato nelle analisi di routine. La concentrazione plasmatica della 25-OH-D circolante è considerato l’indicatore dello status vitaminico. La 1,25-OH-D (calcitriolo), invece, è altamente variabile e non è adatto come parametro per la valutazione dello status vitaminico. Valori ematici ottimali di 25-OH-D sarebbero tra i 50 e i 75 ng/ml, sebbene problemi gravi si manifestino soltanto sotto i 10 ng/ml. E’ comune per la popolazione occidentale (e addirittura anche per il 56% degli atleti) avere valori inferiori ai 30 ng/ml, ovvero condizioni di carenza.

Compensare il deficit di vitamina D con la sola alimentazione risulta problematico per via delle basse concentrazioni. I grassi del pesce sono l’alimento più ricco, seguiti da quelli di uova e lattici. Anche alcune specie di funghi ne sono una discreta fonte.

Resta centrale la raccomandazione di esporsi quanto più possibile alla luce solare diretta. Ricordiamo anche che è la luce ultravioletta che stimola la produzione della vitamina, pertanto usare creme solari forti in estate equivale ad andare in giro completamente coperti. E’ necessario trovare il giusto compromesso tra efficace esposizione e tutela della pelle.

L’unico altro modo per compensare eventuali carenze è la supplementazione tramite integratori. Anche questo strumento va considerato con cautela ed il fai da te è scoraggiato. Non esistono livelli ottimali di assunzione, sebbene sia preferibile assumere l’integratore giornalmente piuttosto che settimanalmente o mensilmente come ancora qualcuno continua a sostenere. Innanzitutto è fondamentale accertare la carenza tramite analisi del sangue e poi procedere a valutare il dosaggio adeguato. Bisogna tenere a mente che elevati livelli di vitamina D sono considerati tossici (sebbene la tossicità vada ulteriormente approfondita in base ai livelli di vitamina K).

Riguardo all’integrazione di vitamina D negli sportivi la reale efficacia nell’incrementare la performance è ancora discussa e i risultati sono contrastanti. Se da un lato l’integrazione in atleti carenti sembra effettivamente migliorare le capacità, in particolare il lavoro aerobico, non è ancora dimostrato con sicurezza che un incremento in atleti non carenti porti anche ad un corrispettivo incremento della crescita muscolare, della capacità di recupero e della potenza.

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